Las ondas más FUERTEs

214869039_640-1Quando a luglio dell’anno scorso ho deciso di mollare un lavoro a tempo indeterminato in una solida azienda sentivo di dover celebrare la cazzata appena fatta in modo degno.
Ho pensato quindi che un viaggio fosse il modo migliore.
Sì, parto da sola. Dove andare?

Volevo qualcosa di sfidante, di impegnativo, qualcosa che avesse a che fare con lo sforzo fisico, qualcosa che mi permettesse di partire con un costume, due felpe e un paio di infradito.
E quindi io che al massimo mi sposto dalla postazione lettino sotto l’ombrellone con libro e granita solo per un veloce tuffo o per guardare le novità dell’ultima venditrice di cagate homemade, bene, sì proprio io ho deciso di prenotare da sola il mio primo surfcamp.

Faccio una ricerca veloce, Fuerteventura mi ispira, guardo i voli, scelgo un camp, in un’ora ho prenotato tutto.

Io, da sola, a Fuerteventura, a fare surf.

Rido tantissimo al solo pensiero.
Passa qualche giorno e mentre racconto delle mie future prodezze alle macchinette del caffè, Giulia, una collega biondazza con cui chiacchiero piacevolmente e spesso mi fa “se ti va, vengo con te”.
Perché no, penso, in fondo meglio ridere di me in due.

Quindi partiamo.
Il camp è una specie di ostello ma graziosetto, letti a castello, muri colorati, abbastanza pulito. Facciamo conoscenza con gli inquilini, molto meno puliti e andiamo in spiaggia.
Il mare è piatto e trasparente, il paesino carino, tranquillo. Il primo giorno passa sereno, come se fossimo a Gatteo a Mare.
Ma arriva la mattina dopo insieme al pullmino che ci porterà alla prima lezione di surf.

Ora, se voi avete in mente le australiane fighe in bikini con la tavola sotto l’ascella, bene: non eravamo noi.
Con la muta che ci hanno fornito bella larga sul sedere effetto Pampers eravamo più che altro due cotechini.
Ora, se avete in mente gli australiani fighi con le spalle di 80cm, bene: non erano i nostri compagni di surf.
Dei cessi inverecondi.

Gli unici fighi atomici erano l’istruttore, con tanto di convivente stragnocca e il fotografo, con sorta di femmina atomica.
Quindi, eliminata l’ipotesi di cuccare ci siamo dette “tanto vale che buttiamo il sangue per davvero su sta tavola”.
E così è stato.

La fatica inimmaginabile per provare per ore ed ore a mettersi in piedi su quella benedetta tavola.
Migliaia di cadute e centinaia di lividi.
I crampi tra le onde e le bevute d’acqua salata.
Le labbra livide.

Ma quanto è bello guardare l’orizzonte e aspettare l’onda!
Quanto è emozionante quando la “spinta” arriva e ti si stringe il buchetto del sedere dalla quantità di adrenalina in corpo!
Quanta gioia quando riesci a tirare su il sederone e a fare qualche metro in piedi!
Quanta poesia in tutti i tramonti in spiaggia!
Dopo otto giorni di surf non siamo diventate Malia Manuel e Courtney Conlogue e non credo che ci chiameranno per Miss Reef 2014.
Ma io e Giulia siamo diventate amiche inseparabili, di vita e di surf.

Takeyourwave.

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