Vivre à Reims

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5mesi nello Champagne Ardenne.

Ora posso dire davvero cosa sia la Francia, che vi assicuro, non è Parigi.

A settembre avevo già la felpa, il K-Way, la sciarpetta e i collant.

A Reims ci sono due cose: la Cattedrale in cui sono stati incoronati tutti i Re di Francia e lo Champagne.

In verità io alla Cattedrale preferisco l’Eglise Saint Jacques, in piedi da più di 800 anni e decisamente più sobria. E’ lì che mi sono rifugiata nei tanti momenti di sconforto.

E allo champagne preferisco il primitivo di Manduria.

Vivere all’estero non è facile.

Decidere di lasciare un lavoro sicuro e ben pagato nel 2013 è una scelta più che rischiosa.

Iscriversi ad un master in international luxury management è sfidante.

Arrivare in una città dove caffè e croissant beurre al banco costano €3,80 è drammatico.

Non mangiare una pizza per più di due settimane è catastrofico.

Ho vissuto in 18mq2, il tavolo sotto la scrivania, un piccolo armadio due ante, l’immondizia praticamente accanto al letto, due piastre mai usate e un bagno senza bidet.

Non conosco il nome del boulanger dove sono entrata almeno 100 volte.

Non ho mai cucinato, mi sono nutrita di insalate dopo aver scoperto che il Croque Monsieur -che reputavo la versione francese del toast –altro non è che una composizione di pane girato nel burro da entrambi i lati.

Mi sono fatta aggredire e rapinare davanti all’università.

Ho mangiato burro fino a sentire l’esofago scivoloso e ho odiato i “c’est bizarre”, “c’est drôle” e i “on a bien rigolé”, tipiche idiote espressioni.

Ho fatto diventare i miei vestiti di cartone nelle lavanderie automatiche e non ho mai preso in mano un ferro da stiro.

Ho visto migliaia di calze color carne e scarpe da uomo a punta a bizzeffe.

Ho litigato con la direttrice del master.

Mi sono iscritta in una palestra il cui corso più figo era tenuto da un nano di 1.50mt su un palco con l’archetto da Ambra Angiolini, la musica di Hit Mania Dance 98  e le luci strobo.

Ho pianto, tanto. Ho aspettato che qualcuno venisse a trovarmi, e non si è mai presentato.

E qualcuno che non aspettavo affatto ha bussato alla mia porta.

Però in questi mesi ho degustato Veuve Clicquot, Moët & Chandon, Dom Pérignon, Taittinger, Krug, MUMM, Roederer, Pommery, Mercier, Lanson. Persino in casa da sola.

Ho letto in tram, ho dimenticato cosa significhi smadonnare in auto al mattino sui navigli.

Ho visto le nuvole correre veloci e qui quando esce il sole, anche per un solo minuto al mese, scalda come se fosse pieno agosto.

Mi sono innamorata delle crêpes di Louise, dei vestitini di Sandro, della marmellata pere e vaniglia del Monoprix.

Ho camminato come non facevo dai tempi delle medie, quando non avevo ancora lo Scarabeo sotto il sedere.

Ho parlato tutti i giorni tre lingue.

Ogni mio risveglio con radio FIP.

Ho fatto pace con la direttrice del master.

Al bar dell’università io e la cassiera Virginie ci siamo date dritte sui trucchi di Sephora.

Ho sentito le rotelle arruginite del cervello rimettersi in moto su improbabili lavori di gruppo.

Ragionare, memorizzare, leggere, curiosare.

Ho incontrato Maria, Margherita, Aurelio.

E ho avuto tanto, tantissimo tempo per pensare a me stessa, a chi sono, a cosa voglio.

Ho ancora molte domande e poche certezze. Ma…

Voglio trovare un lavoro che mi permetta di essere creativa e propositiva, che non spenga i miei entusiasmi e appiattisca i miei pensieri.

Voglio curare il mio corpo, il mio spirito, la mia famiglia, le mie amiche, il mio cane.

Voglio rileggere i libri che ho dimenticato.

Voglio andare in Vietnam.

Voglio ricominciare a fare foto.

Voglio essere felice, perché la felicità è una scelta.

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